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Alessandro Benetton, AB. A Playlife Story

Alessandro Benetton: “Ci sono quelli che fanno cose per essere riconosciuti e quelli che le fanno per conoscersi. Io sono del secondo tipo”

Da una parte la casa, con i suoi oggetti e le sue storie. Dall’altra l’uomo, l’imprenditore, il marito e il padre. Dopo anni di silenzio per scelta, Alessandro Benetton ha deciso di raccontarsi e lo fa attraverso un libro: AB. A Playlife Story. Il volume è un percorso parallelo tra le parole di Alessandro Benetton, raccolte dalla giornalista Paolo Pollo – da cui è tratta questa intervista – è una serie di immagini, tra album di famiglia e diari di scuola, del passato e del presente. Una storia appassionante, tra sport, amore per l’arte e valori di famiglia.

Una storia che si intreccia, naturalmente, con la storia della famiglia Benetton, una famiglia con la “f” maiuscola che ancora oggi si riunisce (una cinquantina, fra genitori, figli e nipoti) una volta l’anno, in ricordo di nonna Rosa. Una donna speciale immagino.

Era simpatica, come tutte le nonne. Suo padre era un albergatore, e suo marito, cioè mio nonno, era un imprenditore. Era figlia di figlia della sua storia, fatta di dovere e responsabilità quindi, quando restò vedova, molto presto, programmò e investì tutto sull’unità dei figli. Ebbe ragione.

Alessandro Benetton, ha qualche ricordo della sua infanzia trevigiana?

Ho bene in mente un giorno, avrò avuto nove anni, ero in quarta elementare. Era mio padre a portarci a scuola in auto ogni tanto. Erano gli unici momenti nostri perché lui poi andava a lavoro e tornava quando noi eravamo già a dormire. Insomma. Quella volta mise in moto la macchina e mi disse: “No tu no. Eccoti la tua bicicletta, vai”. Era inverno, faceva freddo ed ero terrorizzato. Ci fu ragione, da quel momento in poi andai a scuola sempre pedalando. Voleva essere una lezione di indipendenza, la prima di una lunga serie.

Com’è stato esser figlio di Luciano

Mio padre lavorava. Sempre. Era un uomo che viva un’Italia intesa di fatti, di situazioni. Seguiva il suo istinto che è la bussola che ha illuminato tutti gli imprenditori di prima generazione che sono arrivati così in alto. Insieme a metodo e disciplina, qualità a cui noi di seconda generazione, con una formazione più tecnica, ci sentiamo allineanti. Da lui ho imparato l’indipendenza e che sono un individuo, unico responsabile delle mie decisioni. Può sembrare strano ma questa è la cosa che ammiro di più in lui.

Il lavoro è?

Passione e valori. Nella mia esperienza, fin dalla creazione di 21 Investimenti, ho sempre avuto una vera e propria passione per lo sviluppo delle imprese a cui partecipavo. E non ho mai tradito i valori che io chiamo magici come il rispetto delle regole e la disciplina.

E il tempo per la famiglia come si trova?

Quelli che dicono che non hanno tempo per la famiglia non li capisco: a cena ascolto i racconti dei miei figli sulla loro giornata e se posso li aiuto nei compiti. Il venerdì stacco dal lavoro e mi dedico a loro. La sera se usciamo non facciamo mai tardi perché ci piace organizzarci il sabato in bicicletta, sugli sci, in piscina. Non vogliamo essere troppo stanchi per poter fare tante cose. Cose normali, però: perché i bambini devono avere una routine.

E parlando di famiglia…come non chiederle di sua moglie, Deborah Compagnoni?

La prima volta ci incontrammo al mare, a Jesolo. Una storia di amici degli amici degli amici. Deborah era a Treviso con la sua manager, Giulia. Avevano un po’ di appuntamenti con sponsor diversi e tra un impegno e l’altro si concessero una puntata al mare, a Jesolo, appunto, per una cena. Ci presentarono quella sera e lei rimase perché aveva rotto la macchina. Il giorno dopo il padrone di casa si fece prestare una barca e ci invitò entrambi.

Chi di voi due fece il primo passo?

Entrambi, credo. Lei cercava la sicurezza e io credo di avergliela trasmessa subito. Avevo i piedi ben piantati per terra e sapevo cosa andava fatto in quel momento. D’altra parte Deborah aveva una grande personalità e sentivo di essere di fronte a una donna vera. Probabilmente anche lei, sempre abituata ad avere una vita organizzata dagli altri, i manager, gli allenatori, era pronta a una scelta non condizionata. La chiamano chimica e non ha niente a che vedere con gli status symbol. Non ne ho mai avuto bisogno, né mi ha mai interessato.

Da quell’incontro al mare è nata una bellissima famiglia, coronata da un matrimonio top secret nell’estate del 2008

Avremmo dovuto sposarci nel 1999 quando stava per arrivare Agnese, ma intorno a noi c’era troppa pressione. I fotografi ci seguivano ovunque, i giornali cercavano di contattarci. La situazione si era fatta ossessiva, e siccome non dovevamo rispondere a nessuno se non a noi stessi abbiamo deciso di lasciar perdere. E visto che le cose funzionavano non ne abbiamo mai sentito l’esigenza. Poi c’è stata una domanda dei bambini, così ci siamo detti perché no? Però come sempre non avevamo voglia di pubblicità. E durante uno stupendo viaggio negli States, ci siamo fermati a metà strada fuori New York e abbiamo celebrato la cerimonia: noi e i ragazzi. Abbiamo tante foto carine e solo nostre.

Dagli aneddoti alle foto, AB. A Playlife Story è una carrellata straordinaria di ricordi, simboli, oggetti. Alessandro Benetton, com’è nata la passione per il vintage?

Non saprei, l’ho sempre avuta. È una sfida: trovare la cosa unica, bella e che costava poco. Una forma di consumismo al contrario. È l’abilità di cavarsela con poco che mi diverte tutt’ora e che diverte un po’ tutti in famiglia.

Il ricavato della vendita del volume di Alessandro Benetton andrà a sostegno della Fondazione Unhate

FONTE: Gotha

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